Lunedì, 22 Ottobre, 2018
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Risarcimento del Danno

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Con la sentenza n. 5764 del 15 marzo 2013, il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto l'illegittimità del trattenimento nel C.I.E. di un cittadino ghanese, applicando in via analogica i criteri della ingiusta detenzione, ai fini della liquidazione del danno.

Nel caso in cui l’Amministrazione competente neghi ad un cittadino straniero il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato in ragione di una sentenza di condanna per il reato di furto aggravato, a seguito del quale lo straniero è stato costretto ad interrompere il rapporto di lavoro in essere, perdendo in tal modo la retribuzione e venendo altresì fatto oggetto di decreto di espulsione da parte del Prefetto di Firenze, è ipotizzabile la richiesta di risarcimento del danno qualora lo straniero in questione, dopo aver impugnato il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dinanzi al Tar competente, ottenendo l'annullamento dell'atto gravato, abbia poi ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno nonché la revoca del decreto di espulsione da parte della Prefettura. Tuttavia, la pretesa risarcitoria va rigettata qualora non si ravvisi la sussistenza di colpa in capo alla p.a.

 

Condanna del Ministero dell’Interno al risarcimento del danno per trattenimento illegittimo -Proroga del trattenimento nel centro di permanenza per un periodo successivo a quello coperto dalla convalida: illegittimità del trattenimento e condanna al risarcimento del danno.

 

 

Con la sentenza n. 3641 del 15 giugno 2011, il Consiglio di Stato ha deciso di non accogliere il ricorso dei ricorrenti perchè innanzitutto non risulta "provato né un comportamento della Questura penalmente rilevante, o comunque lesivo di diritti costituzionalmente garantiti, né il nesso eziologico con l'insorgenza o l'aggravamento della patologia". Inoltre, la mancanza della prova di una tempestiva diffida rivolta alla Questura è particolarmente rilevante, perchè poteva sicuramente accellerare i tempi di rilascio dei permessi.

Deve essere ammessa la costituzione di parte civile dei famigliari del cittadino straniero residente in Italia al fine di ottenere il risarcimento del danno seguito alla morte del parente coinvolto in un sinistro stradale. E' stato affermato in giurisprudenza che la condizione di reciprocità non è richiesta quando il diritto azionato riguarda i diritti inviolabili, quali il diritto alla libertà, l'inviolabilità del domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, la libertà religiosa, la libertà di manifestazione del pensiero, la tutela giurisdizionale, la personalità della responsabilità penale. Oltre a questi diritti in giurisprudenza si è riconosciuto che vi sono anche altre situazioni per le quali non opera la condizione di reciprocità; e si fa riferimento a diritti inviolabili come la vita e la salute. Le parti civili ricorrenti hanno richiamato tra l’altro la disciplina dell'immigrazione, che all'art. 2 regolamenta i diritti ed i doveri dello straniero, al quale, se regolarmente soggiornante in Italia, riconosce i diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salva, diversa disposizione dello stesso testo unico o di convenzioni internazionali. Inoltre l'art. 1 reg. att. che disciplina l'accertamento della condizione di reciprocità, afferma che tale accertamento non è richiesto per i cittadini stranieri titolari di carta o di permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato o autonomo, oppure per l'esercizio di un'impresa individuale e per i relativi familiari. Va, dunque, effettuata una ragionevole lettura del regolamento della legge sull'immigrazione; e questa consente di ritenere che il trattamento giuridico conseguente alla lesione del bene-vita spetta ai famigliari dello straniero alla stessa stregua dei quelli del cittadino italiano, siano o meno conviventi in Italia.